giovedì 3 marzo 2011

Zelig, Leonard.

Troppo spesso ho fatto l'errore di preoccuparmi più di quello che traspariva all'esterno tralasciando quello che veramente volevo o pensavo.
Il problema è che questo compertamento è diventato quasi un riflesso incondizionato, mi viene naturale come camminare o andare in bicicletta. Ne consegue che smettere di andare in bicicletta è complicato. Perchè ogni volta che ti trovi su una bicicletta gli insegnamenti appresi nel corso di una vita si rifanno vivi e si ricomincia a pedalare.
E così la prima reazione è quella di inseguire il risultato dell'azione e non di liberarla così come viene.
E' come se piano piano avessi smesso di guardarmi dentro e di capire davvero chi sono.
Così contemporaneamente mi sono svuotata.
Tutto questo affanno per farmi accettare dal mondo per arrivare ad un certo punto a capire che se gli altri non mi trovano interessante non è perchè sono loro superficiali ma perchè io non ho nulla da dire.
Mi sento sempre di più come quel personaggio di Woody Allen vittima di una malattia che lo porta a trasformarsi a seconda del contesto in cui si trova.  Non ha una personalità ma finisce con essere l'immagine proiettata di chi ha di fronte.
La prima e unica volta che ho visto questo film ero una ragazzetta. Non ricordo nemmeno tutta la trama, ma questo "camaleontismo" mi è rimasto così impresso nella mente.
Forse già intuivo il pericolo.
Avevo sentore di essere portatrice insana di "zelighismo" e invece di scappare a gambe levate ho seguito la mia inclinazione a mutare il colore della mia pelle...


 "A differenza delle credenze popolari, però, il fine del mutamento di tonalità non è la mimetizzazione, ma la manifestazione di determinate condizioni fisiche o fisiologiche, o di stati emozionali come la paura."



O come l'insicurezza aggiungerei io.

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